Le carceri al tempo del Coronavirus: paure, problemi e tensioni

di Massimo Rossi*

consulpress.eu, 25 aprile 2020

Il carcere è un luogo alieno alla collettività, mentre invece dovrebbe essere una dimensione in cui la collettività si riconosce e riconosce sé stessa in una fase particolare: quella della espiazione.

Le carceri in letteratura sono sempre state descritte o come luoghi di penitenza massima con indicibili sofferenze per i condannati, o luoghi assoluti rispetto alla società civile, specchio di una perfezione quasi maniacale nell’infliggere la pena. Le carceri sono state anche luoghi in cui venivano rinchiusi i dissidenti e prigionieri di guerra. Luoghi comunque lontani al sentire della persona integrata.

In questa ottica ognuno di noi pensa di sapere cosa sono le carceri ma in realtà non lo sa sino in fondo. Non sa soprattutto cosa dovrebbero essere in Paese civile e democratico.

Certo non un luogo in cui tutto è possibile e dove i reclusi perdono i loro diritti. Ma ancora oggi nei commenti delle persone si avverte questo; il carcere, come dimensione aliena, rispetto alla collettività civile. Come è il carcere lo sanno coloro che hanno studiato diritto (ma non tutti) e coloro che in qualche misura si sono occupati di detenuti; lo sanno gli operatori penitenziari, lo sanno le famiglie e i figli dei reclusi e lo sanno i diretti interessati.

Il carcere è un luogo in cui la società (nel rispetto dei dettami normativi sostanziali e processuali) tiene separati da sé stessa dei soggetti condannati ad una pena detentiva o collocati in applicazione di una misura cautelare. Ciò perché deve assolvere fondamentalmente due funzioni per i detenuti: quella di espiazione di una pena e quella di misura di contenimento per esigenze cautelari. Nel secondo caso è una eccezione che deve essere ben valutata e la sua applicazione deve avvenire sempre nel rispetto delle leggi vigenti.

Nel primo caso il carcere è il luogo ove un imputato condannato ad una pena definitiva è recluso in ossequio all’art. 27 Cost. che recita che la detenzione deve tendere alla rieducazione del soggetto in questione. Rieducazione che ha il fine principale di ricondurre nella collettività e nella società civile all’esito della espiazione, un soggetto in grado di rapportarsi ad essa senza commettere altri reati.

La cosa che sfugge ai più (ai non addetti ai lavori in modo particolare) è che nel momento in cui lo Stato prende in carico un detenuto – sia quale soggetto sottoposto a misura cautelare, sia quale soggetto che deve espiare una pena detentiva definitiva – lo Stato è responsabile della persona che ha ospitato all’interno dell’istituto penitenziario.

Questo è un passaggio fondamentale; questo è un passaggio di civiltà etica e giuridica.

Come è fondamentale, in virtù dei principi della nostra Carta Costituzionale, che il soggetto interessato non possa essere sottoposto a misure che vadano ad incidere sulla sua integrità psicofisica o, peggio, siano degradanti o disumane. La pena è un tempo nel quale lo Stato limita la libertà personale ma ha una funzione ben precisa: quella di rieducare il reo per ricondurlo nella società.

Fatta questa rapida, ma speriamo non inutile, disamina, parliamo di come in realtà sono tenute le carceri italiane attualmente.

Le case di reclusione sono tutte (o quasi) in una condizione di sovraffollamento e quindi in una situazione in cui il detenuto è in sofferenza e lo sono anche gli agenti di polizia penitenziaria.

Questo fatto determina che gli agenti penitenziari e le strutture che assistono i detenuti sono in forte difficoltà non tanto e non solo nel contenimento dei soggetti reclusi quanto nel consentire agli stessi l’esercizio di quei diritti ad essi riconosciuti che sono il cuore della rieducazione del reo.

Correndo il rischio di essere ripetitivi, vogliamo sfatare un diffuso luogo comune, secondo il quale i detenuti non avrebbero diritti.

I detenuti godono di tutti i diritti costituzionali garantiti ai cittadini, escluso quello della libertà di circolazione. I detenuti godono altresì di tutti i diritti previsti dal diritto penitenziario e quindi possono godere di tutti quei benefici previsti in tema di riduzione dei tempi della pena, in ragione della buona condotta del reo.

In una situazione già difficile per l’affollamento oltre il numero consentito si è inserito da un lato l’insorgenza del virus e dall’altro un’informazione martellante e decisamente contraddittoria come quella che si è avuta dal 20.02.2020.

Ovvio che il virus presentato dai mezzi di comunicazione come altamente trasmissibile, altamente pericoloso specie in chi ha (magari) altre patologie, altamente virulento in spazi ristretti e per questo necessitante di distanziamento sociale per eliminare i rischi di trasmissione, ha generato un comprensibile stato di confusione all’interno degli istituti di pena (in particolare in quelli più sovraffollati).

L’istituto di pena è per sua natura un luogo in cui le persone stanno molto a contatto e devono fidarsi le une delle altre; sì, fidarsi, intendendo di poter credere nelle persone con cui si condividono gli spazi, anche se può sembrare strano visto il luogo e le persone che lo abitano.

In realtà il carcere è il mondo di dentro, il mondo limitato, ma è in ogni caso vita e relazioni.

Un’informazione non precisa e puntuale ha portato i detenuti ad andare in fortissima agitazione. Ad aggravare ciò il Governo – senza spiegare nulla – ha pensato bene di vietare i colloqui con i parenti.

Si badi bene che nella logica di evitare il contagio, la misura può essere considerata ineccepibile (sebbene non la migliore) ma in un contesto di mancanza di informazioni o di informazioni parziali e/o imprecise, il discorso cambia e parecchio; se poi si considera lo stato di sofferenza degli individui la miscela per ovvie ragioni diventa esplosiva.

I colloqui con i parenti sono la finestra sul mondo esterno, sono la normalità che entra in carcere, sono la vita di ogni giorno che penetra le mura del penitenziario. Chiudere i colloqui (dicendo poco o niente) era inevitabile che fosse un comportamento altamente pericoloso.

La cella non è più un luogo di protezione ma viene percepita come un luogo in cui il detenuto è in pericolo, in balia di un virus e quindi in attesa della morte; lasciato lì a morire in perfetta solitudine e senza cure (non sarebbe mai accaduto ma la percezione dei detenuti deve essere stata verosimilmente questa.)

I detenuti hanno percepito, e non poteva essere altrimenti, il vuoto attorno a loro; il vuoto umano e si sono sentiti come buttati nella pattumiera dalla società esterna, dalle persone libere. In una situazione già esplosiva si è determinato quel corto circuito che ha generato le rivolte. Molti hanno detto e scritto che le rivolte erano preordinate; personalmente non credo che così fosse ma semplicemente il sentimento di sgomento e di abbandono è stato generalizzato. Purtroppo, le rivolte hanno procurato anche dei morti (tutti tra i detenuti) e delle devastazioni; oltre che delle evasioni di massa (come nel carcere di Foggia). La realtà era che non evadevano per scappare ma per salvarsi.

Questo va capito, altrimenti si sfalsa tutto il ragionamento. Ci si deve chiedere se tutto ciò potesse essere evitato. Riterrei di si, in luoghi già per definizione a rischio, dove la comunicazione è grandemente limitata, a maggior ragione deve intervenire la prevenzione. Si doveva informare prima e spiegare poi la portata delle misure che venivano adottate e dare una dimensione esatta al fenomeno. L’incertezza rende gli uomini vulnerabili e pericolosi per loro stessi e per gli altri. Si doveva rappresentare che lo stop ai colloqui era momentaneo e che poi sarebbero ripresi (come è successo) i colloqui protetti a tutela di tutti.

Necessario sarebbe stato un provvedimento “svuota carceri”, non una amnistia ma una misura che mettesse alla detenzione domiciliare tutti coloro che hanno un residuo pena di 3 anni (con il braccialetto elettronico) o inferiore e tutti coloro che hanno un residuo pena pari o inferiore ad anni 1 e mesi 6 senza altra misura di controllo (senza braccialetto elettronico).

Purtroppo, anche qui, tocchiamo un tasto dolente: i braccialetti non ci sono e non essendoci abbastanza questa ipotesi diventa non realistica e non attuabile. Questa ipotesi avrebbe consentito di rendere le carceri molto più vivibili e quindi più in linea con uno spirito rieducativo della pena.

In un panorama di sovraffollamento, di detenuti per lo più stranieri e con patologie, il clima venutosi a creare con il virus non poteva che essere letale per tutti: detenuti, agenti e parenti dei detenuti. La ragione storica di tutto ciò è però paradossalmente molto più semplice.

La situazione carceraria non è mai stata al centro di nessun programma di governo degli ultimi 30 anni; non è un argomento che raccoglie consensi se non utilizzato per un giustizialismo becero ed ignorante.

Vorrei fare riflettere su una cosa: l’immagine in questo senso aiuta. Molti di voi avranno visto i video della fuga di massa dall’Istituto Penitenziario di Foggia, se si guardano con attenzione i detenuti che escono dalla porta principale, si può distintamente vedere il loro smarrimento.

È lo smarrimento della libertà conquistata illegalmente; sembrano gazzelle braccate da leoni più che persone libere (infatti non lo sono). Ma attenzione, essi non sfuggono al carcere, alla pena, alle guardie o ad altro se non al virus che non hanno ma che ha colpito le loro menti e si chiama: terrore. La stragrande maggioranza è tornata in carcere, si è costituita e solo uno sparuto gruppo è stato ripreso qualche giorno dopo.

La libertà ottenuta con una evasione non è libertà ma promessa di una ulteriore carcerazione ma loro lo facevano per sottrarsi alla morte non per sottrarsi alla pena.

Lo Stato deve prendersi cura effettiva dei detenuti perché una volta che costoro lasciano gli istituti e sono restituiti alla vita reale devono essere soggetti integrati. Occorre dunque una politica di contenimento nella prospettiva di un reinserimento altrimenti tali luoghi diventano solo centri di specializzazione del crimine e centri in cui il soggetto viene disumanizzato.

*Avvocato Penalista e Cassazionista in Siena

Fonte: http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=89563:le-carceri-al-tempo-del-coronavirus-paure-problemi-e-tensioni&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

Uniti per caso… semiliberi per decreto. La storia di tre detenuti di Parma

Una delle misure previste dal Decreto “Cura Italia” emanato dal Consiglio dei Ministri, a seguito delle rivolte scoppiate all’interno di numerose carceri, prevede la continuazione della detenzione presso la propria abitazione se la pena da scontare è inferiore ai 18 mesi.

Tale decreto del 17 marzo scorso, voluto in gran fretta dal governo a seguito dell’emergenza corona virus, interesserà circa 4.000 detenuti che potranno ottenere grazie a una procedura semplificata la detenzione domiciliare per il periodo che resta alla fine della pena.

Così anche a Parma diversi detenuti hanno iniziato a godere di tale beneficio o misura e per alcuni si sono aperte le porte del carcere. Non tutti, però, dopo tanti anni di detenzione hanno ancora una famiglia e degli affetti presso i quali trovare ospitalità e conforto.

Molti, a causa di vicende personali o perché originari di posti lontani o di Paesi esteri non hanno più i contatti con le proprie famiglie e pertanto sono “liberi” ma senza un tetto.

Nella nostra città opera da oltre 25 anni l’associazione “Per Ricominciare” che mette a disposizione dei detenuti in semilibertà , ed in particolar modo dei loro familiari, due modeste ma dignitosissime abitazioni situate l’una in centro e l’altra nella prima nella prima periferia.

In questa occasione la presidente Emilia Agostini Zacomer e tutti i soci hanno messo a disposizione dei magistrati di sorveglianza uno degli appartamenti che da alcune settimane è diventato la nuova “casa-prigione” per tre detenuti che pur avendo origini e trascorsi diversi hanno costituito una nuova famiglia.

Il primo è di origini partenopee, da tempo lavora nei servizi di raccolta dei rifiuti e si serve dell’abitazione come punto di appoggio e per rispettare l’obbligo di reclusione nelle ore notturne; un altro, catanese sessantacinquenne, ha una storia ancora più singolare perché dopo 26 anni di detenzione proprio il 17 aprile ha chiuso i conti con la giustizia, ma non avendo più contatti con la famiglia di origine, rimarrà libero in questo domicilio coatto ancora per alcune settimane. Il terzo, più giovane, proviene dal nord dell’Albania e siccome è un fervido credente trascorre gran parte del tempo per pregare e fare letture religiose.

Tra di loro si è instaurato subito un clima di “complicità” dando vita ad una nuova famiglia di fatto variegata e ricca di esperienze difficili e diverse.

Ognuno in casa dà il proprio contributo e si presta nello svolgere le faccende in base alle proprie attitudini, inclinazioni e capacità. C’è chi provvede alla pulizia della casa, chi alla piccola e necessaria manutenzione e chi alla preparazione dei pasti cercando di dare il meglio di sé per vivere serenamente questo scorcio di pena che rimane.

Molte delle ore le trascorrono per raccontarsi i loro “curricula”, le gioventù difficili, gli errori commessi e le difficoltà attraversate. Ciò che più crea empatia tra di loro sono i sogni e i progetti che hanno e che sperano di realizzare non appena saranno “uomini liberi”. C’è chi desidera ritornare al più presto in Albania per sposare una brava ragazza del posto, c’è chi si augura di ritrovare i figli che da tanti anni vivono in Francia e c’è chi spera di tornare a gustare le bellezze e i sapori dell’amata Napoli.

Nei giorni scorsi le ragazze che prestano servizio di volontariato sociale si sono recate presso l’appartamento non tanto per verificare le condizioni e la tenuta dello stesso ma, soprattutto, per dare istruzioni di economia domestica e per far sentire ai nuovi ospiti tutto l’affetto e il calore dell’associazione “Per Ricominciare “.

C’e anche chi fa di più come ” mamma Mauretta” che ogni domenica prepara prelibatezze emiliane per un menu completo dal primo al dolce e per far assaporare agli sfortunati ospiti della casa del Samaritano il meglio della tradizione parmigiana.

Grazie a tale provvedimento ministeriale anche altri detenuti potranno fare istanza per ottenere i domiciliari e e per poter godere di tale misura e reinserirsi gradualmente nella società.

Raffaele Crispo

Sorgente: Uniti per caso… semiliberi per decreto. La storia di tre detenuti di Parma

Nasce un fondo per l’emergenza in carcere

L’iniziativa è promossa dal Garante dei detenuti del Comune di Parma, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale

L’emergenza Coronavirus che ha coinvolto tutta la nostra Comunità e le misure adottate per la tutela della salute pubblica, hanno radicalmente cambiato il nostro stile di vita. Tuttavia, restare al proprio domicilio per la maggior parte dei cittadini, significa comunque poter contare su strumenti, tecnologie e servizi che consentono una qualità di vita accettabile. La stessa cosa non può accadere all’interno dei nostri istituti penitenziari. 

Dal 23 febbraio, data di pubblicazione del primo decreto con indicate le misure restrittive, è passato quasi un mese durante il quale le persone recluse in carcere hanno smesso di ricevere le visite dei propri famigliari e non possono nemmeno contare su modalità alternative di comunicazione come, ad esempio, la videochiamata che oggi aiuta la maggior parte di noi a tamponare l’impossibilità di vedersi di persona. Ma questo non è che un aspetto del problema di essere detenuti al tempo del Coronavirus. Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, nella sua funzione di organismo indipendente con potere di controllo sui luoghi di privazione della libertà personale, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale annuncia l’apertura del Fondo Emergenza Carcere istituito presso MUNUS Fondazione di Comunità e l’avvio della campagna di raccolta fondi per l’acquisto di prodotti per l’igiene personale, la sanificazione degli ambienti di vita, l’acquisto di tessere telefoniche per mantenersi in contatto con i famigliari, per il sostegno ai detenuti più
poveri e per il supporto ai detenuti interessati dal Decreto Cura Italia recentemente approvato dal Governo.

Per donare IBAN IT25S 06230 12700 000041824762 intestato a MUNUS – Fondo Emergenza Carcere. I contributi versati godono dei benefici fiscali riservati alle onlus Con il supporto di CSV Emilia-Forum Solidarietà, le medesime iniziative saranno promosse anche a favore delle associazioni che operano sui territori di Piacenza e di Reggio Emilia.

Fonte: http://www.parmatoday.it/attualita/nasce-un-fondo-per-l-emergenza-in-carcere.html

Venezia. A ruba l’amuchina fai da te delle detenute della Giudecca

Di Nicola Munaro per Il Gazzettino, 10 marzo 2020

La lavanderia per gli alberghi non lavora, così la produzione si sposta su un altro prodotto. Resilienza: la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. È il termine che meglio veste l’idea di una detenzione ai fini rieducativi.

Ma oggi – ai tempi di un virus capace di far tremare i polsi a tutto il mondo – è anche sapersi reinventare. Farlo, poi, stretti tra le mura di un carcere e realizzando un servizio utile alla comunità, è ancora più significativo e difficile. Quindi meritorio.

È questo il percorso intrapreso da un gruppo di detenute del carcere della Giudecca che nel laboratorio di cosmesi gestito dalla cooperativa Rio Terà dei Pensieri, ha prodotto il disinfettante chimico per le mani. Flaconcini da 50 millilitri venduti a 2,50 euro nel negozio Malefatte Veneziane in fondamenta dei Frari.

Di circa duecento boccette, ne sono state vendute la gran parte e quelle che restano sono preziose come l’oro, adesso. Ma messe in commercio sempre senza far lucro o la cresta sul prezzo.

“I principali clienti del nostro laboratorio di cosmetica sono le catene alberghiere che ci chiedono di realizzare i kit di saponi per le docce e i bagni – spiega Liri Longo, presidente della cooperativa, raccontando la genesi dell’iniziativa – Con le chiusure dovute al coronavirus quei kit non ci sono stati più richiesti e così abbiamo ripreso a produrre il gel igienizzante per le mani, già prodotto tempo fa e poi abbandonato come idea. Non si tratta di prodotti fai da te come si possono realizzare in casa con dei tutorial, ma di veri disinfettanti bilanciati da un punto di vista chimico. A stabilire le dosi è il chimico che segue il nostro gruppo di cosmetica”.

Dal laboratorio della Giudecca in queste settimane sono usciti circa duecento flaconcini messi in vendita mentre almeno altrettanti sono stati destinati alle due carceri veneziane (lo stesso penitenziario della Giudecca e la casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore) ad altre carceri d’Italia – Trieste, ad esempio – o agli uffici delle esecuzioni penali.

C’è però un rischio, non da poco. Che il gel tanto cercato e ancora in vendita di fronte ai Frari possa esaurirsi nella sua produzione. “Il materiale che avevamo e con il quale finora abbiamo realizzato i flaconcini, sta esaurendo – ammette Liri Longo – Sono stati fatti degli ordini di nuovi prodotti, ma le consegne non sono facili e le richieste sono tante. Speriamo di poter continuare ed essere utili ancora a Venezia”.

LE EMOZIONI DEL NATALE IN CARCERE

Anche quest’anno l’Associazione “Per Ricominciare” ha messo il massimo impegno affinché la gioia e la magia del Natale giungessero nell’Istituto Penitenziario di Parma. Giornate di festa e condivisione, in cui ogni persona detenuta ha potuto vivere dei momenti di normalità insieme alla propria famiglia. Momenti che toccano non solo le persone coinvolte direttamente dall’esperienza della detenzione, ma anche chi entra in contratto con tale realtà come operatore o volontario. Di seguito riportiamo alcuni pensieri di chi ogni giorno, per motivi di studio, lavoro o volontariato, si confronta con la realtà del carcere, ma anche con la genitorialità ed i legami affettivi.

“Quando si tratta di situazioni così delicate spesso la realtà supera le aspettative. Per quanto riguarda la mia esperienza, ciò che mi colpisce è la delicatezza, la gentilezza, la fiducia e il senso di riconoscimento che traspare dagli atteggiamenti dei detenuti e del nucleo familiare nei confronti di chi ha permesso loro uno spiraglio di familiarità e normalità. Per molti, un buffet, stare al tavolo con i proprio familiari, giocare con i propri bambini, in mezzo ai mille impegni e alle mille responsabilità, risulta quasi banale e  scontato . Leggere gratitudine negli occhi di coloro che non hanno la possibilità di vivere tutto questo quotidianamente, per me rappresenta un insegnamento che porterò dentro e che consiglio e auguro a chiunque. (Giusy)

“Le feste sono esplosione di emozioni. Papà e bambini giocano insieme come se fossero a casa propria, dopo una giornata di lavoro. É impossibile non notare la felicità negli occhi delle persone. Organizzare le feste ti fa sentire un po’ più uomo, un po’ più vero, perché é come restituire un momento di quotidianità alla famiglia, un momento che non vivono da mesi, o forse anni. Sono attimi magici ed emozionanti che sono resi possibili grazie alla sinergia tra tutti gli operatori del laboratorio, i volontari e gli agenti della polizia penitenziaria.”(Giada)

“La prima volta ricordo di aver provato un’emozione fortissima nel vedere entrare i piccoli correndo tra le braccia di padri, nonni, zii.
Quasi ho provato imbarazzo nel trovarmi lì, in una situazione così intima per loro, quasi mi sentivo di troppo, non potevo fare a meno che osservare le loro espressioni, cercare di immaginare le loro storie… E’ stato molto importante il contesto in cui mi sono ritrovata, un’esperienza tutta nuova e diversa rispetto alle altre. C’è un aspetto che più degli altri mi ha colpita : ad ogni festa a cui ho partecipato mi sono dimenticata di essere in carcere, ho dimenticato di avere davanti a me detenuti, agenti, vedevo solo amore, gioia e felicità di famiglie che avevano solo per poche ore la possibilità di essere uniti , come a casa.
Apprezzo l’associazione “Per Ricominciare” in particolar modo per questa iniziativa, penso che sia giusto dare la possibilità a queste persone, che stanno pagando per i loro errori, di mantenere un contatto vivo con i loro familiari e soprattutto con i più piccoli.
(Camilla)


” Personalmente non avrei mai pensato di assistere a momenti così intensi tanto da poter realizzare in prima persona quella sensazione di allegria/tristezza/malinconia, prima, durante e al termine delle feste, negli sguardi e negli abbracci. Queste realtà sono dure e incolmabili, a volte, altre volte sono più morbide e gestibili; ma l’emozione che ti porti a casa è di certo unica.” (Vittoria)

“Durante le Feste del Natale, ma come in tutte le giornate trascorse nel Laboratorio “Il Gioco”, gli aspetti educativi e psicologici che emergono sono tanti e tutti di grande rilievo. L’Associazione “Per Ricominciare” si impegna costantemente affinché venga fornito un adeguato supporto, sia pratico che emotivo, alle relazioni familiari ed al rapporto genitore-figli. Quello che ho compreso dalla mia esperienza è che tutti questi sforzi e questo impegno tendono a generare una forza, un movimento che piano piano coinvolge tutti, le persone detenute, gli operatori, i volontari, gli agenti penitenziari. Un movimento che spinge in avanti, affinché tutti possano godere di quei diritti che sono alla base della dignità umana, come quello alla genitorialità. Un movimento che genera contatto umano, incontro e relazione….anche questo è il Natale in carcere.” (Valentina)

UNA RACCOLTA SOLIDALE PER LA GIORNATA PER I DIRITTI DELL’INFANZIA

Mercoledì 20 Novembre siamo stati in Chiesi Centro Ricerche.

L’Azienda ha creato una raccolta mirata per le Associazioni che hanno aderito a Parma Facciamo Squadra, tra queste ci siamo anche noi di Per Ricominciare. Ringraziamo i dipendenti e la proprietà Chiesi per la grande disponibilità e per il grande impegno a favore dei bambini di Parma.

Carcere e suicidi, un agente: “Lavoro tossico, che incide sulla psiche” di Laura Pasotti

Bando per la selezione di 39.646 volontari: proroga della scadenza al 17 ottobre 2019!

È prorogata di una settimana la scadenza del bando per la selezione di 39.646 volontari, inizialmente fissata alle ore 14.00 del 10 ottobre 2019.

I giovani tra i 18 e 28 anni – cittadini italiani, di altri Paesi dell’Unione europea o di Paesi extra Ue purché regolarmente soggiornanti in Italia – hanno quindi tempo fino alle ore 14.00 del 17 ottobre 2019 per presentare la domanda.

Vieni a conoscere il nostro Progetto GNAM! NUOVA VITA NEL PIATTO cliccando su questo link
http://www.forumsolidarieta.it/indice_news_4/news/servizio_civile_universale_2019.aspx

Un’occasione per mettersi in gioco in una realtà che supporta la genitorialità in carcere e difende i diritti dei bambini attraverso la cura delle relazioni familiari durante la detenzione di un genitore.

Alcune note che  possono tornare utili:
La domanda da quest’anno si presenta soltanto online e con l’identità digitale (SPID): questo il link di accesso alla presentazione delle domande (https://domandaonline.serviziocivile.it/)

Ti Aspettiamo!!!

“Quei papà che per non dire ai figli di essere in carcere li fanno annegare in un mare di bugie” di Gigi Riva