Post in evidenza

Comunicato delle Associazioni di Volontariato Penitenziario di Parma

Le Associazioni di Volontariato Penitenziario di Parma esprimono preoccupazione per l’annunciato e imminente trasferimento di 200 persone detenute nel nuovo padiglione all’interno dell’area di Via Burla che porterà la popolazione detenuta a circa 800 unità, con aggravio anche sulle politiche del territorio e sulle già scarse risorse finanziarie. 

Ci inquieta in particolare la grave carenza di organico del personale di custodia, del personale dell’area trattamentale, del personale sanitario.

Siamo solidali con gli agenti penitenziari che pubblicamente hanno più volte segnalato la carenza di almeno cento unità per assicurare il rispetto dei livelli minimi di sicurezza.

La nostra solidarietà si estende all’area educativa composta da 4 funzionari giuridico-pedagogici in servizio (su 10 previsti per il vecchio complesso e senza alcuna previsione per il nuovo) i quali saranno ulteriormente in grave difficoltà nel garantire l’attività di osservazione e programmazione trattamentale nel rispetto del loro mandato istituzionale finalizzato all’umanizzazione della pena e al reinserimento nella società delle persone detenute.

Non dimentichiamo anche che nel carcere di Parma esiste un presidio per il trattamento di patologie in fase acuta o cronica; il personale sanitario, in carenza di organico, sarà ulteriormente in difficoltà per garantire il rispetto dei livelli minimi di assistenza sanitaria.

Anche la nuova struttura ci pare progettata per finalità di mera custodia essendo priva di locali finalizzati ad attività formative, lavorative, relazionali e socializzanti, salvo diversa destinazione di alcuni locali ora destinati a celle a 3 letti.

Le scriventi Associazioni di volontariato sollecitano perciò le Amministrazioni penitenziarie e territoriali di competenza:

  1. a rinviare temporaneamente i provvedimenti di apertura del nuovo padiglione,
  2. ad adeguare prioritariamente le suddette piante organiche con il preventivo confronto con il Garante dei Detenuti, con i sindacati di categoria, con la rappresentanza del volontariato, 
  3. a proporre un ragionevole adeguamento della logistica del suddetto padiglione ad un irrinunciabile programma di attività finalizzate all’umanizzazione e al reinserimento.

Caritas diocesana, Piazza Duomo, 3, 43121 Parma,

Rete Carcere, Piazza Duomo, 3, 43121 Parma,

Associazione S. Cristoforo, Viale Duca Alessandro 56/3, 43123 Parma,

Associazione Svoltare, Borgo Onorato 6, 43121 Parma

Associazione Per Ricominciare, B.go Pipa, 5, 43121 Parma 

Consorzio solidarietà sociale, Str. Cavagnari, 43126 Parma

Ufficio diocesano Pastorale sociale e del lavoro, Piazza Duomo, 1, 43121 Parma

Post in evidenza

“Cosa vuol dire essere figlia di un condannato all’ergastolo senza speranza” di Eva R.

Proponiamo un articolo presente nella rivista di Ristretti Orizzonti (Anno 20 Numero 5 settembre-ottobre 2018), un periodico di informazione e cultura dal Carcere Due Palazzi di Padova. Queste parole sono scritte direttamente da una ragazza, figlia di una persona condannata all’ergastolo ostativo, che in maniera diretta ci racconta la complessità e la sofferenza di un rapporto genitoriale, che nasce e cresce all’interno di un Istituto Penitenziario.

L’ergastolo ostativo, secondo la legge italiana, è una misura eccezionale, applicata a chi ha commesso reati con l’aggravante mafiosa nell’atto. È un tipo di pena, più vicina alla condanna a morte; è una sorta di limbo, per chi non ha più nemmeno la speranza che un giorno sarà libero di uscire ma aspetta la fine dei suoi giorni dietro le sbarre. Questa pena è nata in un clima di terrore e paura, in Italia, un periodo nero, di stragi, che ha segnato il nostro Paese e la coscienza di tutti gli italiani, è stata una clausola aggiunta ad una pena pesante, è una pena ostativa, cioè che ostacola ogni possibilità di beneficio anche dopo una lunghissima carcerazione, impedisce persino quel bagliore di speranza a colui che ha davvero capito i suoi errori e sconta in silenzio le sue lunghe pene. Ciò che io penso è che prima di applicare l’ostatività alla pena dell’ergastolo, si debba conoscere la persona reale, e la sua storia. Prima di uccidere totalmente ogni speranza in lui e nella sua famiglia, bisognerebbe analizzare quella persona, oltre che la sua situazione giudiziaria.

Io scrivo questo articolo come figlia di un condannato all’ergastolo. Mio papà si chiama Gianfranco R., entrò in carcere nel 1994, ben 24 anni fa, cioè più di due decenni, cioè quasi un quarto di secolo; e questo è per far capire da quanto tempo dura la sua carcerazione, senza essere mai uscito nemmeno un giorno, nemmeno un’ora in tutto questo tempo. Gli anni sono passati e non solo si sentono ma si vedono anche addosso, mi lasciò col pannolino e ora ho quasi fatto i capelli bianchi. Sono stati e sono ancora anni difficili, per la nostra famiglia, le difficoltà nel mantenere i nostri rapporti sono state enormi, siamo reduci da 7 anni di 41-bis. Dal 1999 al 2006 sono stata in compagnia di mio padre per solo 84 ore in 7 anni. Facevo le elementari e mi mancava molto il mio papà, ci scrivevamo tante lettere, e quell’ora al mese che ci vedevamo era davvero importante. Facevamo circa tre giorni di viaggio tra andata e ritorno da Cuneo, per vederlo e parlare un’ora insieme, con lui, che era dietro un vetro blindato, e il colloquio si svolgeva dentro una cabina tutta bianca con le sedute in marmo, e a Cuneo in inverno fa molto freddo. Nelle difficoltà ci siamo sempre più uniti, e nonostante lui fosse isolato da noi e dal mondo, i nostri pensieri erano vicini. In questo periodo papà si avvicinò allo yoga e alla meditazione, iniziò a vedere di più con la mente che con gli occhi. Dal 41-bis, siamo poi passati alle sezioni EIV (Elevato Indice di Vigilanza, oggi Alta Sicurezza 1) e mi fece quasi strano, quando per la prima volta vidi le gambe di papà, dopo che per anni mi ricordavo solo il suo busto. Fu così bello poterlo riabbracciare dopo tanti anni! La carcerazione di mio papà con la mamma la sentiamo tanto, lui la vive in prima persona, ma per la proprietà transitiva, la viviamo anche noi sulla nostra pelle; ogni condanna che hanno dato a lui, per noi due sono stati duri colpi. La sentenza del 2012, che lo vide condannato ad un ergastolo, fu per noi tre un macigno pesante, un dolore all’anima, e nonostante cercavamo di farci forza a vicenda, la situazione precipitò quando echeggiò l’ostatività della pena. Ignara io, di cosa fosse questo aggettivo attribuito a tale condanna, quando me ne resi conto, ebbi solo lacrime e frustrazione per non so quanto tempo. Dopo anni vissuti nella speranza che papà ritornasse a casa, e dopo aver passato ogni Natale, Capodanno, compleanno e qualsiasi altra ricorrenza, sperando dentro me che la prossima ci sarebbe anche stato papà, un colpo del genere per me era surrealmente crudele, un incubo che diventava reale. Il “fine pena mai” lo sentii come l’infrangersi del mio desiderio più grande, lo sento ancora come il distruttore delle mie speranze di poter avere finalmente l’idillica presenza di mio papà in casa, poter essere la famiglia che ho sempre bramato nel mio quotidiano. Quante stelle cadenti ho guardato, esprimendo sempre lo stesso desiderio, quante volte da bambina, al suono improvviso del citofono, pensavo fosse papà! Da piccoli c’è sempre un enorme senso di speranza, il mio papà era lì in prigione, ma sapevo che era una situazione temporanea, che sarebbe ritornato a casa da un momento all’altro, facendomi una sorpresa. Una Pasqua, potevo avere all’incirca 4 anni, ricevetti un uovo pasquale enorme, grande talmente tanto da poter esserci dentro una persona, e mio papà non è nemmeno altissimo, quindi ero fermamente convinta che all’interno come sorpresa ci fosse stato lui. Rimasi così delusa che nemmeno volli mangiare poi quel cioccolato. Il mio unico desiderio era ed è il ritorno a casa di papà. L’echeggiare di una pena come l’ergastolo ostativo è la fine catastrofica di un desiderio al quale sono rimasta aggrappata per anni, che mi ha dato e continua a darmi la forza di andare avanti. Ci credo ancora fermamente: Papà ritornerà a casa. Questo è il desiderio di una figlia che ha avuto la mancanza fisica di un padre per la maggior parte della sua vita, solo mentalmente la presenza di mio papà è vivida e tangibile, è da quando imparai a leggere l’orologio che alle 15:00 in punto, di tutti i giorni da allora, lo penso e lui pensa me, questo era il modo per sentirci più vicini quando era a Cuneo al 41-bis. Sono passati tanti anni da quando questa sventura ebbe inizio, e il loro peso si sente, è passata la mia infanzia, l’adolescenza e l’età adulta avanza; ho preso la laurea, mi sono abilitata alla mia professione, sono fidanzata, e la mia vita va sempre avanti, con gli sforzi, i sorrisi, e gli incoraggiamenti di mamma e papà, ma nonostante io mi senta appagata, manca SEMPRE qualcosa, manca il mio papà! L’ergastolo ostativo è uccidere il detenuto e tutta la sua famiglia nello spirito, è una tortura psicologica a chi vuole camminare sul giusto percorso di vita, a chi è consapevole dei suoi errori e li sta scontando, a chi desidera una seconda chance, l’ergastolo ostativo è l’iniezione letale a chi vorrebbe guarire dai propri sbagli. Da quando seppi di questa pena, nella mia testa si formulano sempre le stesse domande: Ma perché la giustizia non dovrebbe essere giusta con chi vuole stare nel giusto? Chi espia le proprie pene perché non può avere un’altra possibilità in questa società? Perché uno stato civile che ha abolito la pena di morte invece vuole uccidere implicitamente chi amaramente ha fatto i suoi errori e li sta scontando? Si può escludere l’ostatività, solo se di diventa collaboratori di giustizia, ma ci sono casi in cui la collaborazione è inutile, perché chi è dentro lo è da così tanti anni che tutto ciò che era atto di reato, è già stato a processo. Una persona, come mio padre, che sono 24 anni che è detenuto, è dal 1996 che professa il suo diritto alla dissociazione, si è dissociato da tutto ciò che lo ha “rovinato”, si è dissociato dalle sue amicizie sbagliate, dai suoi errori, ha sempre affermato che era giusto che lui scontasse i suoi errori, e questi li ha pagati ben cari. Ha ricevuto valanghe di accuse, da differenti collaboratori, è stato messo in mezzo a non so quanti processi, e quando le assoluzioni, al termine di molti, trionfavano, ecco che arrivò l’ergastolo “fine pena mai”. Il solo pensiero ogni volta è un tonfo al cuore. Eppure io penso che ogni uomo merita una seconda possibilità, il mio papà ha sbagliato e sta pagando con la sua libertà (il bene più prezioso che un uomo possa avere), ma non dovrebbe pagare con la sua vita! Dovrebbe avere la possibilità di essere riammesso nella società; una società ormai così profondamente cambiata da quando lui l’ha lasciata, e questa sua “alienazione obbligata”, cambierebbe qualsiasi uomo, disposto a volerne far parte nuovamente, per godere di quei momenti di gioia che solo un uomo libero può cogliere, circondato dall’amore della sua famiglia. Nonostante tutto, io credo ancora nella giustizia e ho fiducia in essa, io credo nell’umanità dello stato italiano, mi auguro che ci si renda conto che l’ostatività non può essere applicata ad una pena quale l’ergastolo, poiché un condannato a tale pena è ostativo ad ogni forma di beneficio giudiziario, quindi è escluso dalla possibilità di essere un cittadino libero, e questa non è giustizia a seguito di un errore ma è una ghigliottina moderna, è mandare al patibolo la speranza di una figlia, di una moglie, di una madre che aspetta malinconica il ritorno della persona a cui vuole bene. Eppure io ci credo e ci spero ancora che qualcosa cambierà, perché uno Stato in cui nei suoi tribunali è affissa la frase LA GIUSTIZIA È UGUALE PER TUTTI non può abolire la condanna a morte per poi applicare l’ergastolo ostativo, e se è ingiusta la pena di morte fisica, lo è ancor di più quella morale.

Post in evidenza

UN GIARDINO PER RICOMINCIARE

L’Associazione Per Ricominciare, con il sostegno di Parma Facciamo Squadra e degli Istituti Penitenziari di Parma, sta portando avanti il progetto “Il Giardino Per Ricominciare“.

Tale progetto nasce dall’esigenza di riqualificare lo “spazio verde” dell’Istituto Penitenziario di Parma. L’obiettivo è quello di favorire i colloqui, tra i familiari e le persone detenute, in un ambiente più sereno ed accogliente.

Questo spazio sarà un luogo di gioco e condivisione tra il minore ed il familiare detenuto, un luogo che cercherà di ricreare delle situazioni di vita quotidiana, mitigando gli effetti traumatici che il carcere può avere sui più piccoli.

I lavori sono attualmente in corso ed Il progetto verrà integrato dagli Istituti Penitenziari di Parma con l’impianto di video- sorveglianza, la postazione di controllo e l’ampliamento dell’area gioco

Post in evidenza

L’IMPORTANZA DELLA CARTA DEI DIRITTI DEI FIGLI DEI GENITORI DETENUTI

ARTICOLO DI Bambinisenzasbarre

In occasione della Giornata mondiale dell’infanzia, 20 Novembre 2018, l’Autorità garante, il Ministero della Giustizia e l’associazione Bambinisenzasbarre hanno rinnovato la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti.

 Il Protocollo d’intesa siglato è al suo terzo rinnovo, a conferma dell’interesse che le parti riconoscono alle condizioni che vivono i figli minori di genitori detenuti e alle difficoltà che in tante occasioni si trovano ad affrontare, sia che vivano assieme a loro, condividendone le limitazioni degli ambienti di detenzione, sia che li incontrino in carcere nel tempo loro concesso dalla legge. Il Protocollo Carta dei figli di genitori detenuti promuove infatti l’attuazione concreta della Convenzione ONU sulla tutela dei diritti dei bambini e adolescenti, agevolando e sostenendo i minori nei rapporti con il genitore detenuto e indicando forme adeguate per la loro accoglienza in carcere.

Perché è fondamentale conoscere questo Protocollo?

La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
Soprattutto, il documento istituisce un Tavolo permanente (Art. 9) composto dai rappresentanti dei tre firmatari strumento di monitoraggio periodico sull’attuazione dei punti previsti della Carta, promuovendo la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non e favorendo lo scambio delle buone prassi a livello nazionale e internazionale.

Sono 9 gli articoli che nell’interesse superiore del bambino stabiliscono, a secondo gli organi preposti e le relative competenze, questioni come:
1. le decisioni e le prassi da adottare in materia di ordinanze, sentenze ed esecuzione della pena (Art. 1);
2. le visite dei minorenni all’interno degli Istituti penitenziari (Art. 2);
3. gli altri tipi di rapporto con il genitore detenuto (Art. 3);
4. la formazione del personale dell’Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile (Art. 4);
5. le informazioni, l’assistenza e la guida dei minorenni figli di genitori detenuti (Art. 5);
6. la raccolta dei dati che forniscano informazioni sui figli dei genitori detenuti, per rendere migliori l’accoglienza e le visite negli Istituti penitenziari (Art.6);
7. la permeanza, in casi eccezionali, in carcere dei bambini qualora per il genitore non fosse possibile applicare misure alternative alla detenzione (Art. 7).
8. Istituzione di un Tavolo permanente:
E’ istituito un Tavolo permanente, composto da rappresentanti del Ministero della Giustizia, dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e dell’Associazione Bambinisenzasbarre Onlus, trimestralmente convocato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, che:
1. Svolgerà un monitoraggio periodico sull’attuazione del presente Protocollo;
2. Promuoverà la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non, a diverso titolo coinvolti, con particolare attenzione alla fase dell’arresto, così come all’informazione e alla sensibilizzazione del personale scolastico che opera in contatto con minorenni figli di genitori detenuti;
3. Favorirà lo scambio delle buone prassi, delle analisi e delle proposte a livello nazionale ed europeo.

“La sfida è riuscire a intervenire sulle pratiche di accoglienza e di cura del carcere. La presenza dei bambini in carcere è paradossale quindi radicale nella sua richiesta di normalità e di riconoscimento dei propri bisogni diventati diritti. E questo deve avere una ricaduta positiva per tutti: i bambini stessi ma anche i genitori detenuti, agenti e operatori e, infine, per la collettività” afferma Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre.

Il Protocollo rende i bambini che entrano in carcere visibili, tutelando il loro diritto a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto e cercando di superare le barriere legate al pregiudizio e alla discriminazione all’interno della società. Tra gli aspetti disciplinati dal Protocollo ci sono le visite all’interno degli istituti, la formazione del personale e l’istituzione di un Tavolo permanente che effettuerà un monitoraggio sull’applicazione del Protocollo avvalendosi anche della rete delle ONG sul territorio. Un lavoro questo fondamentale perché la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti sia un reale mezzo di trasformazione.

Fonte: https://www.bambinisenzasbarre.org/3-rinnovo-della-carta-dei-diritti-dei-figli-dei-genitori-detenuti/

Fonte : https://www.bambinisenzasbarre.org/carta-dei-diritti-dei-figli-dei-genitori-detenuti/

Post in evidenza

Carcere, ma ci sarà una Fase 2?

di Ornella Favero*

Ristretti Orizzonti, 26 aprile 2020

Ma quale potrebbe essere la Fase 2 in carcere? Quando riapriranno le sale colloqui? Quando rientrerà il Volontariato? Quando finirà quel “distanziamento sociale” che nelle galere si è esercitato solo nei confronti della società esterna, scuola e volontari, che sono stati subito messi fuori, mentre tra detenuti continua la più rischiosa vicinanza? Sono domande che il Volontariato non si limita a porre astrattamente, ma a cui vorrebbe collaborare a trovare delle risposte.

Le tecnologie sono “entrate” per il virus, ora non devono più uscire

La cosa più drammatica che potrebbe succedere nella Fase 2 è che le tecnologie, entrate di prepotenza in carcere, anche per far fronte all’epidemia di rabbia che rischiava di diffondersi e inquinare le condizioni di vita già difficili, ne escano appena si tornerà a un po’ di normalità ripristinando i colloqui visivi. No, non si deve tornare indietro perché anche in condizioni “normali” i rapporti con le famiglie, le telefonate e i colloqui nel nostro Paese sono veramente una miseria. Abbiamo visto detenuti piangere dopo aver parlato in videochiamata con un genitore che non vedevano da anni, non è pensabile che questa boccata di umanità a costo zero possa finire.

Zoom, Meet, Skype, quando le Videoconferenze sono cibo per la mente

Le attività scolastiche in videoconferenza sono state autorizzate anche nelle carceri, ma funzionano ancora poco. Eppure, sono attività che potrebbero aprire grandi possibilità, soprattutto per ampliare gli spazi dello studio e dei percorsi rieducativi. In tanti oggi mettono le mani avanti dicendo che c’è il rischio che le tecnologie si sostituiscano alla presenza viva della società civile, il cui ruolo è fondamentale nelle carceri. Noi pensiamo che invece le videoconferenze possano essere un autentico arricchimento: mettere insieme per esempio, come si sta facendo a Padova, voci come quella di Fiammetta Borsellino, della figlia di un detenuto dell’Alta Sicurezza e di altri detenuti, che dialogano con gli studenti, è una opportunità che non deve riguardare solo l’area penale esterna, ma deve coinvolgere stabilmente anche il carcere e le persone detenute e non rimanere legata solo all’emergenza: si tratta infatti di una autentica rivoluzione culturale di enorme valore, che mette al centro la responsabilità, cioè il cuore vero della rieducazione. Ma dà anche degli strumenti fondamentali alle persone detenute, che non possono restare dei “senzatetto digitali”, se non vogliamo che il reinserimento diventi ogni giorno più difficile in una società, che le tecnologie le dovrà mettere sempre più al centro della sua vita.

Quando il deserto rischia di essere sia “dentro” che “fuori”

Ecco, il reinserimento. Se già era complicato prima avere una offerta di lavoro per accedere a una misura alternativa, dopo, nella fase 2, diventerà una guerra tra poveri dove chi esce dal carcere avrà ancora meno opportunità. E “dentro” le persone si vedranno intrappolate, senza futuro, spaventate. E anche per le famiglie, sarà più difficile sostenere i propri cari detenuti.

Ci vorrà allora il doppio di attenzione, anche rispetto al rischio di patologie come la depressione, da parte delle Istituzioni, ma anche di quel Volontariato che accoglie e sostiene i percorsi di reinserimento, e delle cooperative che sono più attrezzate per offrire opportunità lavorative a soggetti svantaggiati.

Basta la salute?

Il coronavirus ha distrutto le nostre illusioni di vivere in un mondo in cui non ci siano malattie che non si possano sconfiggere. Ma in un momento in cui ci sentiamo tutti più fragili, il carcere è diventato uno dei luoghi più a rischio in assoluto. In questo quadro già desolante di per sé, si inserisce una polemica per detenzioni domiciliari concesse a detenuti in 41-bis. Guardiamo il caso che ha creato più scandalo, quello di Francesco Bonura, un esponente di spicco della mafia.

Ma davvero siamo messi così male, da vivere in uno Stato che ha paura di un uomo di 78 anni, con un tumore grave, cardiopatico, con ancora da scontare pochi mesi di carcere? una magistrata rispetta la legge e manda quest’uomo in detenzione domiciliare, usando gli strumenti che la legge le dà, non per l’emergenza coronavirus, ma perché semplicemente il diritto alla salute vale per tutti, anche per i criminali. E cosa vede invece il magistrato antimafia Di Matteo in questa scarcerazione di un uomo con patologie così gravi, che difficilmente potrebbe uscire indenne da un contagio da coronavirus? “Boss scarcerati? Segnale tremendo, lo Stato sembra cedere al ricatto delle rivolte orchestrate dalle mafie“.

Ricordiamo che le rivolte “orchestrate dalle mafie” hanno comunque fatto emergere tanta disperazione, rabbia e morte, ma nessun vero disegno eversivo; e poi non c’è nessuna misura, fra quelle legate all’epidemia da coronavirus, che possa essere applicata in qualche modo alle persone in carcere per reati della criminalità organizzata. Dove c’è stata qualche scarcerazione, di qualche disperato con pesanti patologie, perché comunque anche un mafioso con un tumore gravissimo è un disperato, si è trattato di tutelare il diritto alla salute come vuole la nostra Costituzione. Ed è uno Stato forte quello che sa prendersi cura della salute di TUTTI, anche dei mafiosi.

Gentili Garanti, noi vogliamo esserci

Il Garante Nazionale, nel suo bollettino quotidiano, ci comunica che il 22 aprile si è svolta la riunione online tra il Garante nazionale e i Garanti regionali, che “hanno avviato una prima riflessione sulle prospettive della fase 2”.

Ai Garanti allora diciamo che il Volontariato e le cooperative sociali chiedono di essere coinvolti in questo confronto sulla fase 2, e di esserlo da subito, perché è adesso che c’è bisogno di tornare a essere presenti capillarmente nelle carceri, ed esserlo portando le nostre idee, le nostre risorse, la nostra capacità innovativa, la nostra competenza anche nell’informare e sensibilizzare le persone “dentro” e la società “fuori”.

GENTILI GARANTI, potete chiamarci a far parte di questa specie di Unità di crisi, che deve fare in modo che la fase 2 ci sia anche per le carceri?

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e Direttrice di Ristretti Orizzonti

Fonte: http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=89593:carcere-ma-ci-sara-una-fase-2&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

Post in evidenza

Uniti per caso… semiliberi per decreto. La storia di tre detenuti di Parma

Una delle misure previste dal Decreto “Cura Italia” emanato dal Consiglio dei Ministri, a seguito delle rivolte scoppiate all’interno di numerose carceri, prevede la continuazione della detenzione presso la propria abitazione se la pena da scontare è inferiore ai 18 mesi.

Tale decreto del 17 marzo scorso, voluto in gran fretta dal governo a seguito dell’emergenza corona virus, interesserà circa 4.000 detenuti che potranno ottenere grazie a una procedura semplificata la detenzione domiciliare per il periodo che resta alla fine della pena.

Così anche a Parma diversi detenuti hanno iniziato a godere di tale beneficio o misura e per alcuni si sono aperte le porte del carcere. Non tutti, però, dopo tanti anni di detenzione hanno ancora una famiglia e degli affetti presso i quali trovare ospitalità e conforto.

Molti, a causa di vicende personali o perché originari di posti lontani o di Paesi esteri non hanno più i contatti con le proprie famiglie e pertanto sono “liberi” ma senza un tetto.

Nella nostra città opera da oltre 25 anni l’associazione “Per Ricominciare” che mette a disposizione dei detenuti in semilibertà , ed in particolar modo dei loro familiari, due modeste ma dignitosissime abitazioni situate l’una in centro e l’altra nella prima nella prima periferia.

In questa occasione la presidente Emilia Agostini Zacomer e tutti i soci hanno messo a disposizione dei magistrati di sorveglianza uno degli appartamenti che da alcune settimane è diventato la nuova “casa-prigione” per tre detenuti che pur avendo origini e trascorsi diversi hanno costituito una nuova famiglia.

Il primo è di origini partenopee, da tempo lavora nei servizi di raccolta dei rifiuti e si serve dell’abitazione come punto di appoggio e per rispettare l’obbligo di reclusione nelle ore notturne; un altro, catanese sessantacinquenne, ha una storia ancora più singolare perché dopo 26 anni di detenzione proprio il 17 aprile ha chiuso i conti con la giustizia, ma non avendo più contatti con la famiglia di origine, rimarrà libero in questo domicilio coatto ancora per alcune settimane. Il terzo, più giovane, proviene dal nord dell’Albania e siccome è un fervido credente trascorre gran parte del tempo per pregare e fare letture religiose.

Tra di loro si è instaurato subito un clima di “complicità” dando vita ad una nuova famiglia di fatto variegata e ricca di esperienze difficili e diverse.

Ognuno in casa dà il proprio contributo e si presta nello svolgere le faccende in base alle proprie attitudini, inclinazioni e capacità. C’è chi provvede alla pulizia della casa, chi alla piccola e necessaria manutenzione e chi alla preparazione dei pasti cercando di dare il meglio di sé per vivere serenamente questo scorcio di pena che rimane.

Molte delle ore le trascorrono per raccontarsi i loro “curricula”, le gioventù difficili, gli errori commessi e le difficoltà attraversate. Ciò che più crea empatia tra di loro sono i sogni e i progetti che hanno e che sperano di realizzare non appena saranno “uomini liberi”. C’è chi desidera ritornare al più presto in Albania per sposare una brava ragazza del posto, c’è chi si augura di ritrovare i figli che da tanti anni vivono in Francia e c’è chi spera di tornare a gustare le bellezze e i sapori dell’amata Napoli.

Nei giorni scorsi le ragazze che prestano servizio di volontariato sociale si sono recate presso l’appartamento non tanto per verificare le condizioni e la tenuta dello stesso ma, soprattutto, per dare istruzioni di economia domestica e per far sentire ai nuovi ospiti tutto l’affetto e il calore dell’associazione “Per Ricominciare “.

C’e anche chi fa di più come ” mamma Mauretta” che ogni domenica prepara prelibatezze emiliane per un menu completo dal primo al dolce e per far assaporare agli sfortunati ospiti della casa del Samaritano il meglio della tradizione parmigiana.

Grazie a tale provvedimento ministeriale anche altri detenuti potranno fare istanza per ottenere i domiciliari e e per poter godere di tale misura e reinserirsi gradualmente nella società.

Raffaele Crispo

Sorgente: Uniti per caso… semiliberi per decreto. La storia di tre detenuti di Parma

Post in evidenza

Nasce un fondo per l’emergenza in carcere

L’iniziativa è promossa dal Garante dei detenuti del Comune di Parma, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale

L’emergenza Coronavirus che ha coinvolto tutta la nostra Comunità e le misure adottate per la tutela della salute pubblica, hanno radicalmente cambiato il nostro stile di vita. Tuttavia, restare al proprio domicilio per la maggior parte dei cittadini, significa comunque poter contare su strumenti, tecnologie e servizi che consentono una qualità di vita accettabile. La stessa cosa non può accadere all’interno dei nostri istituti penitenziari. 

Dal 23 febbraio, data di pubblicazione del primo decreto con indicate le misure restrittive, è passato quasi un mese durante il quale le persone recluse in carcere hanno smesso di ricevere le visite dei propri famigliari e non possono nemmeno contare su modalità alternative di comunicazione come, ad esempio, la videochiamata che oggi aiuta la maggior parte di noi a tamponare l’impossibilità di vedersi di persona. Ma questo non è che un aspetto del problema di essere detenuti al tempo del Coronavirus. Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, nella sua funzione di organismo indipendente con potere di controllo sui luoghi di privazione della libertà personale, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale annuncia l’apertura del Fondo Emergenza Carcere istituito presso MUNUS Fondazione di Comunità e l’avvio della campagna di raccolta fondi per l’acquisto di prodotti per l’igiene personale, la sanificazione degli ambienti di vita, l’acquisto di tessere telefoniche per mantenersi in contatto con i famigliari, per il sostegno ai detenuti più
poveri e per il supporto ai detenuti interessati dal Decreto Cura Italia recentemente approvato dal Governo.

Per donare IBAN IT25S 06230 12700 000041824762 intestato a MUNUS – Fondo Emergenza Carcere. I contributi versati godono dei benefici fiscali riservati alle onlus Con il supporto di CSV Emilia-Forum Solidarietà, le medesime iniziative saranno promosse anche a favore delle associazioni che operano sui territori di Piacenza e di Reggio Emilia.

Fonte: http://www.parmatoday.it/attualita/nasce-un-fondo-per-l-emergenza-in-carcere.html

Post in evidenza

LE EMOZIONI DEL NATALE IN CARCERE

Anche quest’anno l’Associazione “Per Ricominciare” ha messo il massimo impegno affinché la gioia e la magia del Natale giungessero nell’Istituto Penitenziario di Parma. Giornate di festa e condivisione, in cui ogni persona detenuta ha potuto vivere dei momenti di normalità insieme alla propria famiglia. Momenti che toccano non solo le persone coinvolte direttamente dall’esperienza della detenzione, ma anche chi entra in contratto con tale realtà come operatore o volontario. Di seguito riportiamo alcuni pensieri di chi ogni giorno, per motivi di studio, lavoro o volontariato, si confronta con la realtà del carcere, ma anche con la genitorialità ed i legami affettivi.

“Quando si tratta di situazioni così delicate spesso la realtà supera le aspettative. Per quanto riguarda la mia esperienza, ciò che mi colpisce è la delicatezza, la gentilezza, la fiducia e il senso di riconoscimento che traspare dagli atteggiamenti dei detenuti e del nucleo familiare nei confronti di chi ha permesso loro uno spiraglio di familiarità e normalità. Per molti, un buffet, stare al tavolo con i proprio familiari, giocare con i propri bambini, in mezzo ai mille impegni e alle mille responsabilità, risulta quasi banale e  scontato . Leggere gratitudine negli occhi di coloro che non hanno la possibilità di vivere tutto questo quotidianamente, per me rappresenta un insegnamento che porterò dentro e che consiglio e auguro a chiunque. (Giusy)

“Le feste sono esplosione di emozioni. Papà e bambini giocano insieme come se fossero a casa propria, dopo una giornata di lavoro. É impossibile non notare la felicità negli occhi delle persone. Organizzare le feste ti fa sentire un po’ più uomo, un po’ più vero, perché é come restituire un momento di quotidianità alla famiglia, un momento che non vivono da mesi, o forse anni. Sono attimi magici ed emozionanti che sono resi possibili grazie alla sinergia tra tutti gli operatori del laboratorio, i volontari e gli agenti della polizia penitenziaria.”(Giada)

“La prima volta ricordo di aver provato un’emozione fortissima nel vedere entrare i piccoli correndo tra le braccia di padri, nonni, zii.
Quasi ho provato imbarazzo nel trovarmi lì, in una situazione così intima per loro, quasi mi sentivo di troppo, non potevo fare a meno che osservare le loro espressioni, cercare di immaginare le loro storie… E’ stato molto importante il contesto in cui mi sono ritrovata, un’esperienza tutta nuova e diversa rispetto alle altre. C’è un aspetto che più degli altri mi ha colpita : ad ogni festa a cui ho partecipato mi sono dimenticata di essere in carcere, ho dimenticato di avere davanti a me detenuti, agenti, vedevo solo amore, gioia e felicità di famiglie che avevano solo per poche ore la possibilità di essere uniti , come a casa.
Apprezzo l’associazione “Per Ricominciare” in particolar modo per questa iniziativa, penso che sia giusto dare la possibilità a queste persone, che stanno pagando per i loro errori, di mantenere un contatto vivo con i loro familiari e soprattutto con i più piccoli.
(Camilla)


” Personalmente non avrei mai pensato di assistere a momenti così intensi tanto da poter realizzare in prima persona quella sensazione di allegria/tristezza/malinconia, prima, durante e al termine delle feste, negli sguardi e negli abbracci. Queste realtà sono dure e incolmabili, a volte, altre volte sono più morbide e gestibili; ma l’emozione che ti porti a casa è di certo unica.” (Vittoria)

“Durante le Feste del Natale, ma come in tutte le giornate trascorse nel Laboratorio “Il Gioco”, gli aspetti educativi e psicologici che emergono sono tanti e tutti di grande rilievo. L’Associazione “Per Ricominciare” si impegna costantemente affinché venga fornito un adeguato supporto, sia pratico che emotivo, alle relazioni familiari ed al rapporto genitore-figli. Quello che ho compreso dalla mia esperienza è che tutti questi sforzi e questo impegno tendono a generare una forza, un movimento che piano piano coinvolge tutti, le persone detenute, gli operatori, i volontari, gli agenti penitenziari. Un movimento che spinge in avanti, affinché tutti possano godere di quei diritti che sono alla base della dignità umana, come quello alla genitorialità. Un movimento che genera contatto umano, incontro e relazione….anche questo è il Natale in carcere.” (Valentina)

Post in evidenza

“Un genitore che dà amore è sempre un buon genitore, anche se detenuto” di Maria Giovanna Cogliandro

Legami, affetti e genitorialità in carcere nella giornata internazionale della famiglia

Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia

È il regno privilegiato degli affetti, il luogo dove si sperimentano i sentimenti che, a differenza delle pulsioni e delle emozioni, non sono dati per natura, ma vengono acquisiti per educazione e cultura. Questo è, o dovrebbe essere, la famiglia.

Dare un nome al dolore, in tutte le sue manifestazioni, all’amore, alla gioia, alla paura, alla speranza, ci aiuta a distinguere i sentimenti dentro di noi e soprattutto ci mette nella condizione di non cedere all’impatto emotivo con gesti a volte dannosi e pericolosi. Mi ha sempre colpito l’incipit di “Anna Karenina”, di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, con esso intendendo che esiste un solo modo per essere felice: l’assenza di conflitti, la tranquillità economica, l’empatia, la solidarietà, ma vari modi per essere infelici perché le cause di insuccesso e fallimento sono diverse da famiglia a famiglia.

Il…

View original post 791 altre parole

Le carceri al tempo del Coronavirus: paure, problemi e tensioni

di Massimo Rossi*

consulpress.eu, 25 aprile 2020

Il carcere è un luogo alieno alla collettività, mentre invece dovrebbe essere una dimensione in cui la collettività si riconosce e riconosce sé stessa in una fase particolare: quella della espiazione.

Le carceri in letteratura sono sempre state descritte o come luoghi di penitenza massima con indicibili sofferenze per i condannati, o luoghi assoluti rispetto alla società civile, specchio di una perfezione quasi maniacale nell’infliggere la pena. Le carceri sono state anche luoghi in cui venivano rinchiusi i dissidenti e prigionieri di guerra. Luoghi comunque lontani al sentire della persona integrata.

In questa ottica ognuno di noi pensa di sapere cosa sono le carceri ma in realtà non lo sa sino in fondo. Non sa soprattutto cosa dovrebbero essere in Paese civile e democratico.

Certo non un luogo in cui tutto è possibile e dove i reclusi perdono i loro diritti. Ma ancora oggi nei commenti delle persone si avverte questo; il carcere, come dimensione aliena, rispetto alla collettività civile. Come è il carcere lo sanno coloro che hanno studiato diritto (ma non tutti) e coloro che in qualche misura si sono occupati di detenuti; lo sanno gli operatori penitenziari, lo sanno le famiglie e i figli dei reclusi e lo sanno i diretti interessati.

Il carcere è un luogo in cui la società (nel rispetto dei dettami normativi sostanziali e processuali) tiene separati da sé stessa dei soggetti condannati ad una pena detentiva o collocati in applicazione di una misura cautelare. Ciò perché deve assolvere fondamentalmente due funzioni per i detenuti: quella di espiazione di una pena e quella di misura di contenimento per esigenze cautelari. Nel secondo caso è una eccezione che deve essere ben valutata e la sua applicazione deve avvenire sempre nel rispetto delle leggi vigenti.

Nel primo caso il carcere è il luogo ove un imputato condannato ad una pena definitiva è recluso in ossequio all’art. 27 Cost. che recita che la detenzione deve tendere alla rieducazione del soggetto in questione. Rieducazione che ha il fine principale di ricondurre nella collettività e nella società civile all’esito della espiazione, un soggetto in grado di rapportarsi ad essa senza commettere altri reati.

La cosa che sfugge ai più (ai non addetti ai lavori in modo particolare) è che nel momento in cui lo Stato prende in carico un detenuto – sia quale soggetto sottoposto a misura cautelare, sia quale soggetto che deve espiare una pena detentiva definitiva – lo Stato è responsabile della persona che ha ospitato all’interno dell’istituto penitenziario.

Questo è un passaggio fondamentale; questo è un passaggio di civiltà etica e giuridica.

Come è fondamentale, in virtù dei principi della nostra Carta Costituzionale, che il soggetto interessato non possa essere sottoposto a misure che vadano ad incidere sulla sua integrità psicofisica o, peggio, siano degradanti o disumane. La pena è un tempo nel quale lo Stato limita la libertà personale ma ha una funzione ben precisa: quella di rieducare il reo per ricondurlo nella società.

Fatta questa rapida, ma speriamo non inutile, disamina, parliamo di come in realtà sono tenute le carceri italiane attualmente.

Le case di reclusione sono tutte (o quasi) in una condizione di sovraffollamento e quindi in una situazione in cui il detenuto è in sofferenza e lo sono anche gli agenti di polizia penitenziaria.

Questo fatto determina che gli agenti penitenziari e le strutture che assistono i detenuti sono in forte difficoltà non tanto e non solo nel contenimento dei soggetti reclusi quanto nel consentire agli stessi l’esercizio di quei diritti ad essi riconosciuti che sono il cuore della rieducazione del reo.

Correndo il rischio di essere ripetitivi, vogliamo sfatare un diffuso luogo comune, secondo il quale i detenuti non avrebbero diritti.

I detenuti godono di tutti i diritti costituzionali garantiti ai cittadini, escluso quello della libertà di circolazione. I detenuti godono altresì di tutti i diritti previsti dal diritto penitenziario e quindi possono godere di tutti quei benefici previsti in tema di riduzione dei tempi della pena, in ragione della buona condotta del reo.

In una situazione già difficile per l’affollamento oltre il numero consentito si è inserito da un lato l’insorgenza del virus e dall’altro un’informazione martellante e decisamente contraddittoria come quella che si è avuta dal 20.02.2020.

Ovvio che il virus presentato dai mezzi di comunicazione come altamente trasmissibile, altamente pericoloso specie in chi ha (magari) altre patologie, altamente virulento in spazi ristretti e per questo necessitante di distanziamento sociale per eliminare i rischi di trasmissione, ha generato un comprensibile stato di confusione all’interno degli istituti di pena (in particolare in quelli più sovraffollati).

L’istituto di pena è per sua natura un luogo in cui le persone stanno molto a contatto e devono fidarsi le une delle altre; sì, fidarsi, intendendo di poter credere nelle persone con cui si condividono gli spazi, anche se può sembrare strano visto il luogo e le persone che lo abitano.

In realtà il carcere è il mondo di dentro, il mondo limitato, ma è in ogni caso vita e relazioni.

Un’informazione non precisa e puntuale ha portato i detenuti ad andare in fortissima agitazione. Ad aggravare ciò il Governo – senza spiegare nulla – ha pensato bene di vietare i colloqui con i parenti.

Si badi bene che nella logica di evitare il contagio, la misura può essere considerata ineccepibile (sebbene non la migliore) ma in un contesto di mancanza di informazioni o di informazioni parziali e/o imprecise, il discorso cambia e parecchio; se poi si considera lo stato di sofferenza degli individui la miscela per ovvie ragioni diventa esplosiva.

I colloqui con i parenti sono la finestra sul mondo esterno, sono la normalità che entra in carcere, sono la vita di ogni giorno che penetra le mura del penitenziario. Chiudere i colloqui (dicendo poco o niente) era inevitabile che fosse un comportamento altamente pericoloso.

La cella non è più un luogo di protezione ma viene percepita come un luogo in cui il detenuto è in pericolo, in balia di un virus e quindi in attesa della morte; lasciato lì a morire in perfetta solitudine e senza cure (non sarebbe mai accaduto ma la percezione dei detenuti deve essere stata verosimilmente questa.)

I detenuti hanno percepito, e non poteva essere altrimenti, il vuoto attorno a loro; il vuoto umano e si sono sentiti come buttati nella pattumiera dalla società esterna, dalle persone libere. In una situazione già esplosiva si è determinato quel corto circuito che ha generato le rivolte. Molti hanno detto e scritto che le rivolte erano preordinate; personalmente non credo che così fosse ma semplicemente il sentimento di sgomento e di abbandono è stato generalizzato. Purtroppo, le rivolte hanno procurato anche dei morti (tutti tra i detenuti) e delle devastazioni; oltre che delle evasioni di massa (come nel carcere di Foggia). La realtà era che non evadevano per scappare ma per salvarsi.

Questo va capito, altrimenti si sfalsa tutto il ragionamento. Ci si deve chiedere se tutto ciò potesse essere evitato. Riterrei di si, in luoghi già per definizione a rischio, dove la comunicazione è grandemente limitata, a maggior ragione deve intervenire la prevenzione. Si doveva informare prima e spiegare poi la portata delle misure che venivano adottate e dare una dimensione esatta al fenomeno. L’incertezza rende gli uomini vulnerabili e pericolosi per loro stessi e per gli altri. Si doveva rappresentare che lo stop ai colloqui era momentaneo e che poi sarebbero ripresi (come è successo) i colloqui protetti a tutela di tutti.

Necessario sarebbe stato un provvedimento “svuota carceri”, non una amnistia ma una misura che mettesse alla detenzione domiciliare tutti coloro che hanno un residuo pena di 3 anni (con il braccialetto elettronico) o inferiore e tutti coloro che hanno un residuo pena pari o inferiore ad anni 1 e mesi 6 senza altra misura di controllo (senza braccialetto elettronico).

Purtroppo, anche qui, tocchiamo un tasto dolente: i braccialetti non ci sono e non essendoci abbastanza questa ipotesi diventa non realistica e non attuabile. Questa ipotesi avrebbe consentito di rendere le carceri molto più vivibili e quindi più in linea con uno spirito rieducativo della pena.

In un panorama di sovraffollamento, di detenuti per lo più stranieri e con patologie, il clima venutosi a creare con il virus non poteva che essere letale per tutti: detenuti, agenti e parenti dei detenuti. La ragione storica di tutto ciò è però paradossalmente molto più semplice.

La situazione carceraria non è mai stata al centro di nessun programma di governo degli ultimi 30 anni; non è un argomento che raccoglie consensi se non utilizzato per un giustizialismo becero ed ignorante.

Vorrei fare riflettere su una cosa: l’immagine in questo senso aiuta. Molti di voi avranno visto i video della fuga di massa dall’Istituto Penitenziario di Foggia, se si guardano con attenzione i detenuti che escono dalla porta principale, si può distintamente vedere il loro smarrimento.

È lo smarrimento della libertà conquistata illegalmente; sembrano gazzelle braccate da leoni più che persone libere (infatti non lo sono). Ma attenzione, essi non sfuggono al carcere, alla pena, alle guardie o ad altro se non al virus che non hanno ma che ha colpito le loro menti e si chiama: terrore. La stragrande maggioranza è tornata in carcere, si è costituita e solo uno sparuto gruppo è stato ripreso qualche giorno dopo.

La libertà ottenuta con una evasione non è libertà ma promessa di una ulteriore carcerazione ma loro lo facevano per sottrarsi alla morte non per sottrarsi alla pena.

Lo Stato deve prendersi cura effettiva dei detenuti perché una volta che costoro lasciano gli istituti e sono restituiti alla vita reale devono essere soggetti integrati. Occorre dunque una politica di contenimento nella prospettiva di un reinserimento altrimenti tali luoghi diventano solo centri di specializzazione del crimine e centri in cui il soggetto viene disumanizzato.

*Avvocato Penalista e Cassazionista in Siena

Fonte: http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=89563:le-carceri-al-tempo-del-coronavirus-paure-problemi-e-tensioni&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1